Casa T
Una macchina sul tetto, una barca in cantina. Non è solo un’immagine, ma una condizione sospesa tra due mondi. L’edificio si colloca in un paesaggio di transizione, incastonato tra montagna e lago, laddove l’altitudine incontra la profondità, e le strade si arrampicano o si immergono.
Il progetto nasce con l’intento di connettere, non solo geograficamente ma anche simbolicamente, le due principali direttrici di movimento lungo il Lago di Como. È una risposta architettonica e funzionale alla necessità di gestire i flussi del territorio, sempre più intensi e stratificati, senza mai tradire la complessità e la bellezza del contesto naturale.
Quattro pilastri – esili ma solidi – si ergono a sostegno della piazza d’arrivo: una superficie sospesa, un vuoto costruito, un orizzonte artificiale che accoglie chi giunge dall’alto. Ma l’accesso al cuore del progetto non è immediato: un ascensore verticale, silenzioso, si interpone tra lo sguardo e il paesaggio, trattenendo la vista, ritardando la rivelazione. Chi vi entra viene sottratto al contesto e proiettato altrove.
Il piano d’approdo, una volta raggiunto, si apre su uno spazio inaspettato, che pare smarginare agli angoli. Le linee si dissolvono, i bordi si perdono, come se l’architettura stessa cercasse di negarsi per lasciare posto al paesaggio.
Qui, l’intervento architettonico non impone ma accompagna, in equilibrio instabile tra tecnica e percezione. Un’opera che dichiara la sua presenza senza mai gridarla, che permette al territorio di parlare attraverso i vuoti più che attraverso i pieni. La macchina sul tetto e la barca in cantina non sono solo elementi dissonanti: sono indizi di un territorio rovesciato.
















